
ATTITUDINI E
ATTEGGIAMENTI NELL’APPRENDIMENTO LINGUISTICO
Italiano LinguaDue, n. 2, 2010, pp. 253-270 http://riviste.unimi.it/index.php/promoitals/article/view/641
Luciano
Mariani
In questo contributo vorrei mettere a
fuoco due concetti importanti per l’apprendimento linguistico: l’attitudine all’apprendimento e gli atteggiamenti che gli individui sviluppano
nei riguardi di se stessi , dei contenuti da apprendere e dei processi di
apprendimento/insegnamento. Si tratta di due fattori di differenza
individuale che non hanno ricevuto a mio parere la necessaria attenzione nella
formazione degli insegnanti, ma che hanno importanti implicazioni per lo
sviluppo delle competenza comunicativa interculturale. Partirò da una questione
terminologica che a volte genera ambiguità nei significati di “attitudine” e di
“atteggiamento”; approfondirò quindi i due concetti alla luce di alcuni
sviluppi recenti della ricerca; chiarirò come essi si rapportino nel
determinare la percezione individuale delle proprie capacità; e infine
terminerò prospettando alcune implicazioni pedagogiche e didattiche.
1. INTRODUZIONE: UNA QUESTIONE
TERMINOLOGICA
Il vocabolario Zingarelli (2009) offre due
distinte voci per il vocabolo “attitudine”. Mentre la prima voce,
dal tardo latino aptitudine, da aptus ‘adatto’, riporta “disposizione
naturale verso particolari attività, arti, discipline”, la seconda voce, dal
latino actitudine, da actuare ‘trattare’, si riferisce, oltre
che a “posizione, atteggiamento del corpo”, anche a “comportamento, modo di
fare, opinione, punto di vista”. Già da queste definizioni si capisce che il
termine attitudine può comportare in
italiano il riferimento sia al concetto di “predisposizione” sia al concetto di
“atteggiamento”; è interessante anche notare che per definire l’attitudine come
“posizione del corpo” si utilizza anche il termine “atteggiamento”.
Sempre lo Zingarelli
(2009) riporta per atteggiamento le seguenti definizioni: “modo di atteggiare
il corpo o parti di esso”, e, per estensione, “comportamento, espressione”;
inoltre, in senso figurato, “posizione concettuale assunta rispetto a un
problema, a una dottrina e simili”. E’ evidente la parziale sovrapposizione di attitudine e atteggiamento per significare una “posizione” in senso fisico o
intellettuale.
L’inglese e il
francese usano due termini molto simili ortograficamente: aptitude e attitude. Il
dizionario Collins (1998; traduzioni mie) riporta per aptitude (dal latino aptus,
via il tardo latino aptitudo e il
francese antico) “abilità innata o acquisita” e “facilità nell’apprendere o
capire; intelligenza” e per attitude
(con la stessa origine latina, ma via il francese e l’italiano) “il modo in cui
una persona vede qualcosa o tende a comportarsi nei suoi confronti, spesso in
modo valutativo” e “una posizione del corpo che indica stato d’animo o
emozione”, oltre ad altre definizioni più settoriali. Il dizionario Hachette
(1991; traduzioni mie) riporta per aptitude
“dono naturale” e “facoltà, competenza acquisita” e per attitude “modo di tenere il proprio corpo” e “condotta che si
adotta in circostanze determinate”.
A parte la somiglianza
ortografica, che comunque può confondere il lettore italiano oltre a prestarsi
a traduzioni ambigue, e l’interessante comune etimologia, l’inglese e il
francese sembrano distinguere abbastanza nettamente attitudine e atteggiamento;
la definizione inglese introduce in particolare la questione, che
approfondiremo, tra innato e acquisito.
Per quanto riguarda
l’utilizzo di questi termini nei documenti ufficiali italiani, attitudine fa generalmente riferimento a
“predisposizione”, mentre atteggiamento
si riferisce a ”posizione concettuale”, ma i due concetti sembrano a volte
sfumare l’uno nell’altro, specialmente riguardo alla possibilità di sviluppare
attitudini e atteggiamenti come obiettivo pedagogico. Nelle Indicazioni per il curricolo per la scuola
dell’infanzia e per il primo ciclo d’istruzione (Ministero della Pubblica
Istruzione 2007; corsivi miei), ad esempio, si legge:
“Sviluppare la competenza significa … sviluppare l’attitudine a fare domande, riflettere,
negoziare i significati” (p. 28)
“I principi e le pratiche delle scienze, della
matematica e delle tecnologie sviluppano infatti … l‘attitudine ad ascoltare, comprendere e valorizzare argomentazioni e
punti di vista diversi dai propri” (p. 91)
“Sviluppare l’autonomia comporta …assumere atteggiamenti sempre più responsabili”
(p. 28)
“Individua differenze culturali veicolate dalla lingua
materna e dalla lingua straniera senza avere atteggiamenti di rifiuto” (p. 59)
E nella
Definizione delle norme generali relative alla scuola dell'infanzia e al primo
ciclo dell'istruzione (Decreto Legislativo 19 febbraio 2004 n. 59; corsivi miei) si legge:
“La scuola secondaria di primo grado, attraverso le discipline di studio, è
finalizzata alla crescita delle capacità autonome di studio e al rafforzamento
delle attitudini all’interazione
sociale … sviluppa progressivamente le competenze e le capacità di scelta
corrispondenti alle attitudini e
vocazioni degli allievi …” (Capo IV, Art. 9 - Finalità della scuola secondaria di primo grado)
Nel Quadro Comune Europeo di Riferimento per
le Lingue (Consiglio d’Europa 2002), l’attitudine (inglese e francese aptitude)
non è citata (sulla contestazione del concetto di “attitudine” torneremo tra
breve); gli atteggiamenti (inglese e
francese attitudes) sono invece
ampiamente menzionati, in particolare come componenti della competenza esistenziale (“saper essere”),
insieme ad altri fattori come motivazioni, convinzioni, valori, stili di
apprendimento e tratti di personalità:
“Il saper
essere … può essere considerato come la somma delle caratteristiche
individuali, dei tratti di personalità e degli atteggiamenti che riguardano, ad
esempio, l’immagine di sé e degli altri e la disponibilità ad interagire
socialmente … I tratti della personalità e del carattere e gli atteggiamenti
sono fattori che vanno presi in considerazione nell’apprendimento e
nell’insegnamento delle lingue … La formazione degli atteggiamenti può
diventare un obiettivo, poiché essi possono essere acquisiti e modificati con
l’uso e mediante l’apprendimento (per esempio di una o più lingue straniere)”
(p. 15 della traduzione italiana; neretto nell’originale)
“… atteggiamenti
di chi usa/apprende la lingua, ad es. il grado di:
·
apertura
e interesse verso nuove esperienze, altre persone e idee, altri popoli, altre
società e culture
·
disponibilità
a relativizzare il proprio punto di vista e il proprio sistema di valori
culturali
·
disponibilità
e capacità a distanziarsi dai modi [1]
convenzionali di porsi rispetto alle differenze culturali” (p. 130 della
traduzione italiana; corsivo nell’originale)
“Gli insegnanti
dovrebbero essere consapevoli che le loro azioni rispecchiano atteggiamenti e
capacità e costituiscono quindi una parte molto importante dell’ambiente di
apprendimento/acquisizione di una lingua” (p. 177 della traduzione italiana;
neretto nell’originale)
Come si vede, gli usi dei termini attitudine e atteggiamento attestati nel linguaggio comune e nel linguaggio
delle pubblicazioni ufficiali e specialistiche non sono esenti da ambiguità.
Ciò giustifica un’esplorazione più approfondita di questi concetti, in
particolare riguardo all’apprendimento linguistico.
2. L’ATTITUDINE
2.1 Una visione fattoriale
L’attitudine all’apprendimento
linguistico, in quanto fattore di differenza individuale [2], si riferisce ad un talento o predisposizione personale che facilita
l’apprendimento stesso. In quanto tale, questo fattore non è mai
stato inteso come determinante in senso assoluto il successo nell’apprendimento (nel senso cioè che ad alcuni sarebbe
concesso e ad altri sarebbe negato il raggiungimento di questo obiettivo),
quanto piuttosto come condizionante la velocità del processo coinvolto e il livello dei risultati raggiungibili
(Gardner e MacIntyre 1992).
La discussione sull’origine e sulla natura dell’attitudine ha ruotato
per lungo tempo attorno ad una concezione monolitica,
secondo cui un solo fattore generale spiegherebbe le differenze riscontrabili
tra gli individui, contrapposta ad una concezione fattoriale, che presuppone invece una gamma di singoli aspetti
distinti, sia pure tra loro interagenti. In questo senso le concezioni
dell’attitudine si sono sviluppate in parallelo con le concezioni
dell’intelligenza, che hanno visto nel tempo l’alternarsi di teorie basate su
un unico fattore e di teorie multifattoriali, come quella delle Intelligenze Multiple (Gardner 1987).
Proprio sull’identificazione di un possibile modello fattoriale si sono
focalizzate, già sin dagli anni cinquanta del secolo scorso, le ricerche
sull’attitudine. Carroll e Sapon (1959) identificarono quattro fattori
centrali:
· l’abilità
di codificazione fonemica, ossia la capacità di identificare e, soprattutto,
analizzare i suoni della nuova lingua in
modo da poterli poi ricordare;
· l’abilità
di codificazione grammaticale, ossia la capacità di riconoscere le diverse
funzioni che possono svolgere le parole all’interno delle frasi;
· l’abilità
di apprendimento induttivo, ossia la capacità di inferire una struttura a
partire dagli esempi a cui si è esposti, cioè di operare generalizzazioni sulle
regole, che possono poi essere utilizzate a livello di produzione linguistica;
· l’abilità
di memorizzazione di parole, regole, e altri elementi nella nuova lingua.
Sulla base di questi fattori furono realizzate batterie di test, come
il Modern Language Aptitude Test (si
veda anche Carroll 1981) e il Pimsleur
Language Aptitude Battery (Pimsleur 1966), ampiamente utilizzate nei
decenni successivi come indicatori o strumenti predittivi del successo
nell’apprendimento linguistico. Successivamente, Skehan (1989) propose una
tripartizione dell’attitudine, riducendo i fattori di Carroll a tre, ossia alle
abilità uditiva, linguistica e di memoria. Alla memoria
originariamente intesa come capacità associativa (tra stimoli e risposte, ad
esempio tra parole nella L1 e i loro corrispondenti nella L2), Skehan estese
questa abilità a concezioni più complesse, che implicano la capacità della
memoria di imporre struttura e organizzazione al materiale linguistico in
ingresso, in modo da poter codificare, immagazzinare e recuperare le
informazioni.
Ma il contributo più rilevante di Skehan fu costituito
dall’integrazione di questa concezione dell’attitudine in una più ampia teoria
dell’apprendimento linguistico, secondo cui i tre fattori citati sarebbero
particolarmente rilevanti nelle tre fasi dell’elaborazione cognitiva: l’abilità
di codificazione fonemica nella fase dell’identificazione (noticing) dell’input,
l’abilità di analisi linguistica nella fase centrale dell’identificazione,
generalizzazione e organizzazione di strutture, e la memoria nella fase del
recupero delle informazioni per produrre nuova lingua (output).
La conseguenza più importante di questa concezione dell’attitudine è
che le abilità in cui si articola sono diverse, e, soprattutto, che nessuna
abilità può assurgere al ruolo di caratteristica essenziale di un individuo
“dotato per le lingue”. Ciò è ancora più significativo quando si considera che
l’apprendimento linguistico è stato visto, negli ultimi decenni, come il
risultato di due possibili processi, uno “basato sulle regole”, in cui cioè le
regole vengono interiorizzate e quindi utilizzate per strutturare la produzione,
e uno “basato sugli esempi di lingua”, in cui cioè gli esempi vengono acquisiti
in modo diretto e quindi riutilizzati come “pacchetti pronti per l’uso” (chunks). Nel primo di questi processi
sarebbero agevolati gli individui che hanno maggiori capacità di analizzare e
ristrutturare la lingua sulla base della formulazione ed applicazione di regole
(anche privilegiando l’accuratezza rispetto alla scioltezza), mentre nel
secondo processo sarebbero agevolati coloro che possono contare su una memoria
in grado di recuperare rapidamente “pezzi di lingua”, “spezzoni” immagazzinati
ma non necessariamente sottoposti ad analisi (privilegiando dunque la
scioltezza rispetto all’accuratezza). La maggior parte
delle persone probabilmente utilizza alternativamente l’uno o l’altro di questi
processi a seconda dei contesti, cioè delle richieste poste dai compiti
linguistici che si è chiamati a svolgere: il processo basato sulle regole
potrebbe essere considerato più flessibile e creativo, in quanto permette di
ristrutturare continuamente il sistema linguistico in evoluzione – ma proprio
per questo, è più lento; il processo basato sulla memoria è sicuramente più
veloce poiché si basa sul richiamo rapido di unità lessicali facilmente
assemblabili, e che conduce dunque ad una produzione più sciolta anche se
magari meno corretta (Skehan 1998; si veda anche Skehan 2002).
Le implicazioni pedagogiche, che riprenderemo più avanti, sono
chiare: lungi dal costituire un “talento” unico e indifferenziato, le
differenze di cui sono portatori gli individui a livello attitudinale sono da
considerare fattori di forza e di criticità, nel senso che possono favorire od
ostacolare diverse fasi e diversi aspetti dell’apprendimento
linguistico nel suo complesso.
2.2 Fattore linguistico specifico o fattore
di intelligenza generale?
Si è discusso a lungo sulla natura dell’attitudine all’apprendimento
linguistico: in particolare, ci si è divisi sul considerarla un fattore
specifico oppure il risultato dell’azione di abilità cognitive di carattere
generale, per cui in realtà la persona “dotata per le lingue” sarebbe in realtà
portatrice di un’intelligenza attivata in tutti i tipi di apprendimento, che
verrebbe applicata a materiali e in domini specifici come, ad esempio, quelli
linguistici. Come si è visto, la scelta della maggior parte dei
ricercatori è stata invece quella di partire dalla presunzione che
l’apprendimento linguistico sia qualitativamente
diverso rispetto ad altri tipi di apprendimento: ciò ha permesso di
compiere ricerche sull’attitudine come costrutto separato e di abbracciare una
visione fattoriale, identificandone quindi le varie componenti. Ma la questione
non è chiusa, anche se oggi, negli studi sull’apprendimento di una seconda
lingua, l’attitudine è generalmente vista come fattore che, pur non
identificandosi con l’intelligenza (misurata ad esempio attraverso dei test),
condivide con quest’ultima delle componenti. Come afferma Skehan (1998: 210;
traduzione mia):
“i risultati delle ricerche che hanno
indagato il rapporto tra la lingua e le abilità cognitive forniscono sostegno
ad entrambi gli approcci … il punto di vista secondo cui il linguaggio è
speciale, e il punto di vista secondo cui il linguaggio è la conseguenza di
un’abilità generale.”
2.3 Fattore innato o fattore acquisito?
Una seconda questione su cui si
sono confrontati gli studiosi dell’attitudine riguarda la sua origine, ossia se si tratti di un
fattore geneticamente determinato, e come tale fisso e immutabile, oppure di un
“talento” risultante dall’interazione dell’individuo con l’ambiente, in
particolare dalle relazioni sociali intrattenute nella prima infanzia, e come
tale almeno parzialmente controllabile e modificabile. Anche in questo caso la
discussione ricorda quella riguardante la natura dell’intelligenza, che ha
visto confrontarsi opinioni diverse, ma con una tendenza a considerare il ruolo
decisivo giocato dall’ambiente socio-culturale nel determinare i tipi di intelligenza che una determinata
cultura privilegia proprio perché permettono di realizzare quei prodotti
culturali che una società valuta come importanti per la sua sopravvivenza ed il
suo sviluppo. Si tratta in altre parole del contrasto o della dinamica
tra “natura” e “cultura”, che ha importanti conseguenze anche per il
trattamento a cui è eventualmente possibile assoggettare un fattore come
l’attitudine: infatti, se questa è vista come potenzialmente modificabile, ha
senso anche proporsi obiettivi pedagogici per il suo sviluppo.
La questione non è però così lineare come sembrerebbe. Non c’è dubbio
che gli studenti più “esperti”, soprattutto quelli che sono stati esposti ad
apprendimenti di più lingue seconde, mostrano di possedere abilità più
articolate e flessibili, sia di tipo cognitivo (sono cioè in grado di
ristrutturare il loro sistema linguistico meglio e più rapidamente, favorendone
così lo sviluppo nel tempo), sia di tipo metacognitivo (sono cioè in grado di
applicare strategie di apprendimento più produttive a seconda dei contesti e,
più in generale, di controllare il loro apprendimento in modo autonomo). Ma
questo potrebbe, appunto, essere il risultato di un “saper apprendere”
sviluppato proprio grazie alle loro variegate esperienze. Questo ha portato ad
affermazioni come “l’attitudine non dovrebbe essere vista come un tratto di
personalità stabile; anche i principianti possono diventare esperti con
l’esperienza” (Mc Laughin 1990: 173; traduzione mia); affermazioni che però,
come abbiamo visto in alcune delle definizioni fornite all’inizio di questo
contributo, finiscono per creare un’ambigua sovrapposizione tra il concetto di attitudine come talento personale e
quello di competenza acquisita come
risultato di un processo di istruzione.
Come per la questione discussa nel paragrafo precedente, anche in
questo caso la tendenza è per posizioni sfumate, che riconoscono cioè che, a
fronte di esperienze di apprendimento che abbiano sviluppato una capacità di
imparare, “c’è comunque una dote sottostante che non è cambiata, e che agisce
come una limitazione rispetto a ciò che è possibile in termini di velocità di
apprendimenti futuri” (Skehan 1998: 188; traduzione mia). Gli studi recenti sul
plurilinguismo, che evidenziano tra l’altro come l’apprendimento di una terza
lingua sia qualitativamente diverso
dall’apprendimento di una seconda lingua (Mariani 2009b), tendono d’altro canto
a sfumare la differenza tra attitudine linguistica ed abilità metacognitive, al
punto che nel Modello Dinamico di Multilinguismo (Jessner 2006), l’attitudine
al multilinguismo e la consapevolezza metalinguistica sono visti quasi come
coincidenti. Rimangono sullo sfondo domande intriganti, per esempio: i bambini
bilingui e trilingui hanno successo nell’apprendimento grazie ad un talento
personale innato o come conseguenza di abilità sviluppate proprio in seguito al
contatto con più sistemi linguistici? Si tratta in definitiva, come sottolinea
Baker (2001) di una questione tipo “uovo o gallina”, che solo future ricerche
potranno contribuire a chiarire meglio.
Un altro interessante aspetto della questione “innato vs acquisito” riguarda l’esistenza di un
periodo criticonell’apprendimento
linguistico. La ricerca ha dimostrato che questo periodo effettivamente esiste,
nel senso che la capacità di apprendere una lingua è ottimale fino agli anni
della pubertà, per poi decrescere gradualmente, e che questo indebolimento
riguarda in modo particolare le dimensioni dell’accento e dei nuclei
sintattici-morfologici (Newport 1990). Questi cambiamenti potrebbero essere
collegati a processi neurologici per cui le aree dell’emisfero sinistro
deputate agli apprendimenti linguistici si stabilizzerebbero nel loro sviluppo
proprio nell’età puberale, al contrario di altre abilità cognitive che non
sembrano soffrire di queste limitazioni ed anzi spesso sembrano migliorare con
l’età e nell’interazione con gli
ambienti di apprendimento.
Anche in questo caso, tuttavia, le differenze individuali nelle
componenti dell’attitudine hanno il loro peso: ad esempio, una memoria più
debole in un adulto potrebbe essere
compensata da una maturità cognitiva ed una capacità di autogestione acquisite
nel tempo, mentre ad una maggiore difficoltà in ambito fonetico nell’adulto,
dovuta agli effetti dell’età sulla codificazione fonemica, potrebbero
contrapporsi abilità analitiche particolarmente vantaggiose nel trattamento
degli aspetti grammaticali (Hurd 2003).
2.4 Fattore
relativo all’acquisizione o all’apprendimento?
In un articolo che,
significativamente, trattava l’attitudine e
contestualmente anche gli atteggiamenti come differenze individuali,
Krashen (1981) sosteneva che queste variabili hanno una rilevanza solo per l’apprendimento formale di una lingua,
cioè in contesti di insegnamento esplicito, che, focalizzandosi sul trattamento
consapevole delle regole, produrrebbero appunto una consapevolezza metalinguistica
che non si evidenzia in situazioni di acquisizione
informale in contesti autentici o “naturali”. Da allora, le
ricerche condotte in proposito (ad esempio, Reeves 1982), anche sulla scia di
una contestazione alla drastica opposizione apprendimento/acquisizione, non
hanno confermato la posizione di Krashen, ed anzi, l’hanno quasi capovolta:
poiché l’istruzione formale consiste nell’organizzare e strutturare i materiali
linguistici per renderli più assimilabili da parte dello studente, si potrebbe sostenere
che in questa situazione l’attitudine possa svolgere un ruolo minore rispetto
ai contesti di apprendimento informali. In questi contesti, infatti, non esiste
una strutturazione esplicita dell’input,
e l’individuo è quindi lasciato, per così dire, a se stesso, con l’onere di far
valere le sue risorse, tra cui appunto un’eventuale buona attitudine, per far
fronte all’assimilazione della lingua.
2.5 Fattore di
discriminazione socioculturale?
Gli studi sull’attitudine, come
quelli sull’intelligenza e sugli stili di apprendimento, hanno sofferto a lungo
di una contestazione da parte di coloro che vedono in questi fattori di
differenza individuale, e soprattutto nella loro misurazione, un modo per incasellare le persone secondo schemi
rigidi e deterministi: affermare che un
individuo è più o meno dotato in un senso o nell’altro corrisponderebbe
a riconoscere la sostanziale disuguaglianza tra le persone, frutto di
condizionamenti socioeconomici e culturali che, come d’altronde è ampiamente
riconosciuto, i sistemi di istruzione generalmente non contribuiscono ad
annullare, ma anzi spesso confermano o rafforzano. Si tratterebbe
insomma di generare “profezie autoavverantisi” secondo cui la persona
preventivamente identificata come “debole” in certe dimensioni confermerebbe
poi questa sua debolezza con il fallimento nei risultati dell’apprendimento. Da
qui il rifiuto dei test di misurazione e, a volte, dei concetti di attitudine o
intelligenza tout court.
Non è difficile replicare a queste posizioni, sia ricordando che il
controllo sull’uso degli strumenti di misurazione e dei loro risultati deve
necessariamente fare i conti con gli scopi per cui vengono utilizzati, e con la
loro rilevanza etica e sociale, sia, soprattutto, mettendo l’accento sugli
sviluppi che concetti come attitudine, intelligenza e stile di apprendimento
hanno registrato negli ultimi decenni. Ad esempio, la dimensione fattoriale
introdotta dagli studi sull’attitudine, che abbiamo illustrato nei paragrafi
precedenti, o la molteplicità delle intelligenze, sottolineano il fatto che gli
individui sono portatori di costellazioni diverse di differenze individuali, o,
in altre parole, di fattori di forza e di criticità per cui non ha senso oggi
porsi domande come, “Quanto sono intelligente?” o, “Sono portato per le
lingue?”, ma piuttosto ha senso chiedersi, “Come sono intelligente?” e “Quali
mie caratteristiche personali possono facilitarmi od ostacolarmi nell’imparare
una lingua?”. Sono domande di questo tipo che, come vedremo più avanti, possono
introdurre un’interessante saldatura tra le attitudini
personali e gli atteggiamenti
altrettanto personali nel percepire le proprie attitudini, nel diventarne
consapevoli e nel valutare l’impatto che esse possono avere sul proprio
apprendimento.
3. GLI ATTEGGIAMENTI
“Non sono portata per le
lingue”: con questa affermazione categorica sulla loro attitudine molti
studenti sembrano giustificare la loro demotivazione all’apprendimento e il
senso di sfiducia nei confronti delle loro possibilità di successo. Il
ruolo che svolgono gli atteggiamenti, in quanto fattore di differenza
individuale, rispetto alla motivazione, ai comportamenti e ai conseguenti
risultati è chiaro e riconosciuto, sia dalla ricerca che dalla quotidiana esperienza
di insegnanti e studenti. Si tratta di una variabile che può condizionare anche
seriamente il processo di apprendimento: secondo un sondaggio compiuto in
occasione dell’Anno Europeo delle Lingue 2001, il 22% della popolazione europea
non impara le lingue perché ritiene di non “essere brava” a farlo (European Commission 2002). In questo caso, l’atteggiamento nei confronti della
propria attitudine linguistica sembra
essere la spiegazione di un fenomeno individuale e sociale di grande rilevanza.
Il termine atteggiamento
“si può riferire … a un comportamento, a un’espressione o a una posizione
concettuale che l’individuo intende manifestare all’esterno, peraltro non
sempre corrispondente alle sue reali convinzioni. Gli atteggiamenti … sono un
indizio assai importante della visione del mondo di un individuo” (Bertolini 1996:
35). Si tratta dunque di un fattore, che, nelle sue manifestazioni esterne
visibili (ciò che una persona dice o fa) costituisce una spia importante delle
sue convinzioni sottostanti. E’
interessante però notare nella definizione appena citata la precisazione che le
manifestazioni esteriori, verbali o comportamentali, non coincidono
necessariamente con le convinzioni profonde. Questo punto, che riprenderemo più
avanti, apre la strada ad un’analisi degli atteggiamenti in quanto fattori al
contempo cognitivi (cioè di
rappresentazione del mondo operata da un individuo) e affettivi (cioè di condizionamento operato dalle sue reazioni
emotive sulle proprie decisioni e azioni).
3.1 Il contenuto cognitivo degli atteggiamenti:
le convinzioni
Le convinzioni sono le
conoscenze che un individuo possiede riguardo a una determinata area di
esperienza, e di cui è convinto in una certa misura. Ad esempio, ciò
che una persona pensa dell’apprendimento è stato descritto da Boscolo (1986) come credenze epistemologiche di carattere essenzialmente cognitivo, che
riguardano appunto ciò che un individuo sa o crede di sapere su che cosa
significa imparare e studiare. Ma i termini in cui nella letteratura vengono
definite e descritte le convinzioni sono estremamente variati: si è così
parlato di “mini-teorie, culture dell’apprendimento (e dell’insegnamento),
supposizioni, teorie implicite, sistemi rappresentazionali auto-costruiti,
filosofia dell’apprendimento posseduta dal discente, e di molto altro ancora”
(Mariani 2010: 36; per una rassegna articolata di questi termini si vedano
Barcelos 2000 e Bernat e Gvozdenko 2005).
Per avere un’dea della gamma di aspetti del processo di apprendimento
su cui è possibile possedere convinzioni, è utile ascoltare la voce degli
studenti. Le seguenti affermazioni, particolarmente illuminanti perché espresse
sotto forma di metafore creative, sono tratte da un sondaggio delle convinzioni
di studenti e insegnanti sull’imparare le lingue straniere a scuola (Mariani
2009a):
“Sapere” una lingua straniera per
me è come …
1. conoscere
tanti vocaboli di quella lingua e saperli pronunciare correttamene tutti!
2. apprendere
una cosa che piano piano si riempie di regole e particolari sempre più
interessanti
3. far
parte di quel gruppo e capire tramite la lingua i loro diversi pensieri senza
cadere nell’errore di pensare di essere superiori a quel popolo
4. recitare,
giocare a vari ruoli, come calarmi in un personaggio, modificando la voce e il
modo di pensare (penso come un tedesco, un francese, un inglese)
Imparare una lingua straniera per
me è come …
5. guadare
un fiume: troverò degli ostacoli ma arrivata alla riva sarò soddisfatta di me
stessa
6. camminare
sulle acque … impossibile
7. capire
la fisica: impossibile
8. quando
si è bambini piccoli o neonati, riuscire a imparare l’italiano: non si sa
niente così è come nell’imparare una lingua straniera
9. saper
fare una torta, dopo aver imparato i procedimenti e avendo tutti gli
ingredienti
10. saper
guidare la propria macchina, conoscere le sue reazioni
Le convinzioni possono dunque riguardare:
·
l’oggetto di studio, in questo caso
la lingua stessa: questa può essere
concepita essenzialmente come un insieme di vocaboli (come nell’affermazione n.
1), o un sistema governato da regole in espansione per accumulo progressivo
(come in 2), ma anche come processo in cui si elaborano informazioni applicando
procedure (9): si noti come in quest’ultimo caso lo studente esprima ciò che in
termini tecnici potremmo definire come l’interazione tra conoscenze dichiarative
(“gli ingredienti”) e conoscenze procedurali (“i procedimenti”);
·
le culture
come parte integrante dell’oggetto di studio linguistico: in (3) si esprime un
concetto di cultura piuttosto approfondito, centrato non tanto sulle
manifestazioni più visibili e superficiali quanto su un sistema di
rappresentazione di pensieri e valori, insieme al rifiuto dell’etnocentrismo e
all’apertura, alla tolleranza, al rispetto del “diverso”;
·
il processo
di apprendimento, ossia i passi che è necessario seguire per sviluppare una
competenza: in (8), ad esempio, si esprime la convinzione che imparare una
lingua straniera comporti un regresso ad uno stadio infantile, un ritorno ad
una posizione indifesa e una partenza da zero, senza la possibilità di contare
su capacità acquisite in seguito, con l’apprendimento di una seconda lingua
equiparato, anche affettivamente, all’acquisizione della propria lingua
materna;
·
se
stessi in quanto discenti: l’apprendimento può essere vissuto,
come in (5), con una sostanziale fiducia in se stessi e con un adeguato senso
di autoefficacia, che permette una visione realistica di problemi superabili;
oppure, come in (6) e (7), come un’impresa impossibile, in cui la percezione
soggettiva della propria inadeguatezza non permette di prevedere una possibilità
di successo. Si confronti, in (10), la consapevolezza di quanto lo sviluppo
della competenza (“saper guidare”) implichi una padronanza delle proprie
caratteristiche personali in quanto studente (le “reazioni”).
Queste diverse dimensioni sono sempre interagenti, e
l’apprendimento, come in (4) può essere visto come un’esperienza complessiva,
che coinvolge la persona nella sua globalità, fino ad incidere sulla stessa struttura
di pensiero e di personalità: in effetti una delle caratteristiche cruciali dell’apprendimento
linguistico, tale da differenziarlo da altri tipi di apprendimento, è proprio
il coinvolgimento personale e l’effetto che l’approccio ad una lingua e ad una
cultura diverse può avere sulla propria identità individuale e sociale. L’atteggiamento
nei confronti della propria lingua, delle seconde lingue e dei popoli che le
parlano è cruciale nel determinare reazioni di accettazione o di rifiuto, di
apertura o di chiusura, e dunque di disponibilità o indisponibilità ad
accettare il rischio che può comportare una messa in discussione della propria
identità linguistica e culturale. Non a caso molti
progetti intesi a sviluppare il plurilinguismo hanno messo al centro
dell’attenzione proprio la questione dell’identità (Byram e Tost Planet 2000;
si veda anche Dörnyei e Ushioda 2009).
3.2 Gli atteggiamenti come “convinzioni
fornite di valore”
Le affermazioni degli studenti
citate nel paragrafo precedente mettono in evidenza come il possesso di
convinzioni non sia mai affettivamente neutro: le rappresentazioni mentali
riguardo alla lingua e alla cultura, al processo di apprendimento e a se stessi
in quanto discenti, oltre ad essere tra loro strettamente integrate, si
colorano costantemente di risposte emotive, e proprio in questa interazione tra
cognitivo e affettivo hanno origine gli atteggiamenti. Gli schemi
mentali posseduti da un individuo, infatti, si accompagnano a reazioni di
accettazione o di rifiuto dell’esperienza di apprendimento nel suo complesso o
di alcuni suoi aspetti, di piacere o dispiacere nell’eseguire determinate
attività, di accordo o disaccordo con le proposte dell’insegnante, e a giudizi
e valutazioni che implicano approvazione o disapprovazione. In questo senso si
può apprezzare il ruolo svolto dagli atteggiamenti nel condizionare le
intenzioni, le decisioni e i comportamenti di un individuo. Possiamo
riformulare questa visione degli atteggiamenti con le parole di Wenden (1991: 52;
traduzione mia):
“Nella letteratura sulla modifica degli
atteggiamenti, gli atteggiamenti sono stati definiti come “motivazioni
apprese”, “convinzioni fornite di valore”, “valutazioni”, “ciò che si ritiene
sia accettabile” o “risposte orientate verso l’approccio o l’evitamento”.
Implicate in queste varie definizioni sono tre caratteristiche degli atteggiamenti:
·
gli
atteggiamenti hanno sempre un oggetto;
·
sono
valutativi;
·
predispongono
a determinate azioni.
In altre parole, gli atteggiamenti
hanno una componente cognitiva (convinzioni, percezioni, informazioni
sull’oggetto dell’atteggiamento) … una componente valutativa (l’oggetto
dell’atteggiamento può evocare piacere o dispiacere) … e una componente
comportamentale (predispongono le persone ad agire in determinati modi).”
In particolare, si è
visto come la percezione (assolutamente soggettiva, e quindi non
necessariamente corrispondente alla realtà percepita da altri) della propria
attitudine, e, più in generale, dei propri punti di forza e di criticità
rispetto alle richieste dell’apprendimento linguistico, agisca da potente
filtro o lente interpretativa di tutto quanto comporta l’esperienza
dell’apprendimento stesso, sia in termini di percezione di competenza
(“sono/non sono in grado di imparare”), sia in termini di motivazione
(“sono/non sono disposto ad imparare”). Gli apprendimenti linguistici, almeno
quelli centrati su pedagogie comunicative, implicano spesso un ruolo attivo
dello studente, e quindi, ad esempio, la disponibilità ad applicare i contenuti
di quanto appreso a nuovi compiti e nuove situazioni, sperimentando nuove
strategie e agendo per tentativi ed errori; la disponibilità a rivedere il
proprio sistema in evoluzione mettendo alla prova ipotesi e imparando dagli
errori; la disponibilità a prendere l’iniziativa, a correre rischi ragionevoli,
a tollerare l’ambiguità; la disponibilità a collaborare con l’insegnante i
propri pari. Come si vede, lo sviluppo di competenze di azione comunicativa e
interculturale non mette in gioco soltanto conoscenze e abilità, ma anche
quella competenza personale esistenziale, citata dal Quadro Comune
Europeo di Riferimento per le Lingue (Consiglio d’Europa 2002), di cui
convinzioni e atteggiamenti costituiscono parte integrante.
4. ALCUNE
IMPLICAZIONI PEDAGOGICHE E DIDATTICHE
4.1 Esplorare attitudini, convinzioni e
atteggiamenti
Nei paragrafi precedenti abbiamo
messo in evidenza come l’attitudine
sia importante, non solo in quanto fattore di differenza individuale che
condiziona il processo e i risultati dell’apprendimento, ma anche in termini
delle percezioni soggettive che
dell’attitudine stessa sviluppano gli studenti (e gli insegnanti) – percezioni
che si strutturano in convinzioni,
cioè in rappresentazioni cognitive o schemi mentali, e in atteggiamenti, cioè in disposizioni affettive che riempiono di
significato e di valore le esperienze, condizionando le intenzioni, le
decisioni, le scelte e, in definitiva, i comportamenti individuali. La
ricerca ha ampiamente dimostrato ciò che a livello anche solo intuitivo ed
aneddotico appartiene all’esperienza quotidiana degli insegnanti: e cioè che
convinzioni e atteggiamenti contrastanti tra studenti e insegnanti possono
portare a malintesi, tensioni e, in qualche caso, anche ad aperti conflitti
riguardo a tutti gli aspetti del processo di apprendimento/insegnamento, dagli
obiettivi, alle metodologie, ai criteri di valutazione. In altre parole, una cultura dell’apprendimento/insegnamento
il più possibile trasparente e condivisa all’interno di un gruppo in formazione
costituisce un requisito importante per il successo formativo.
Una prima conseguenza importante a livello metodologico consiste
nella necessità, da parte di studenti e insegnanti, di diventare più
consapevoli di queste variabili, facendole emergere dalla dimensione sommersa
in cui generalmente sono relegate, verbalizzandole e socializzandole, in modo
che diventino un comune terreno di confronto anche per eventuali cambiamenti o
aggiustamenti delle pratiche di classe.
Se i test attitudinali sono ormai scarsamente utilizzati, a favore di
test focalizzati su altre dimensioni di differenza individuale (ad esempio, la
motivazione, gli stili di apprendimento, le intelligenze multiple, le strategie
di apprendimento [3]),
anche le convinzioni e gli atteggiamenti sono raramente oggetto di
un’attenzione specifica, sia per la mancata percezione della loro rilevanza nei
processi di apprendimento/insegnamento, sia per l’obiettiva difficoltà di
valutarli. Poiché, come si è visto, queste dimensioni rimangono per lo più
nascoste o implicite, le categorie di strumenti di raccolta dati a cui
ricorrere per portarle allo scoperto sono essenzialmente due: l’osservazione
dei comportamenti effettivi e la verbalizzazione, orale o scritta [4].
Alla prima categoria appartengono strumenti come le schede di
osservazione da utilizzare durante l’esecuzione di un compito (ad esempio, di
lettura o scrittura), che permettono, partendo dai comportamenti effettivamente
esibiti dagli individui, di fare inferenze sulle possibili convinzioni e sui
possibili atteggiamenti sottostanti: ad esempio, il ricorso frequente ad un
dizionario, le richieste di aiuto esterno, le interruzioni continue per
soffermarsi su singole parole od espressioni, potrebbero (con le dovute cautele
interpretative, su cui torneremo tra poco) essere la spia, oltre che di
particolari configurazioni individuali di stili e di strategie di
apprendimento, di una concezione del processo di lettura come molto dipendente
dalla decodificazione precisa e puntuale del testo, e magari anche di corrispondenti
tratti di personalità come una scarsa tolleranza dell’ambiguità e una limitata
propensione a correre rischi.
Alla seconda categoria (verbalizzazione) appartengono invece gli
strumenti con cui si chiede agli individui di esprimere il loro pensiero,
oralmente o per iscritto: questionari di tipo Likert (con scelta tra diversi
livelli di accordo o disaccordo con le affermazioni presentate), domande a
risposta multipla, scale di valutazione, ma anche interviste più o meno
strutturate, individuali e di gruppo. I pregi dei questionari, che permettono
di raccogliere molte informazioni da pubblici anche numerosi in modo rapido ed
economico, sono controbilanciati dai loro evidenti limiti: particolarmente
quelli a risposta chiusa forzano le persone a scegliere tra alternative predeterminate,
facendo riferimento spesso a situazioni generali e decontestualizzate. Si può
almeno in parte ovviare a questi limiti, per esempio utilizzando un
questionario mirato subito dopo l’esecuzione di un particolare compito, oppure formulando
questionari che prevedano anche risposte aperte, o ancora integrando i
risultati dei questionari con interviste o discussioni di gruppo.
Particolarmente produttive sono però anche le relazioni verbali (self-report), orali o scritte, come il
“pensare ad alta voce” durante un compito, le interviste subito dopo un
compito, e, come si è visto considerando il sondaggio citato (Mariani 2009a),
il completamento di affermazioni o la produzione di metafore. Ma, a seconda
dell’età degli studenti e del livello delle loro esperienze linguistiche, si
può fare ricorso a strumenti di verbalizzazione molto diversificati, come le
narrazioni, i diari, i “giornali di bordo”, i portfolii, gli studi di caso, che
possono anche utilizzare linguaggi diversi oltre a quello strettamente verbale,
come le fotografie, i disegni, le canzoni, i collages (Cantoia 2007). L’intento di questi approcci “etnografici”,
che possono utilmente combinare la verbalizzazione con l’osservazione
(particolarmente feconda se assistita da registrazioni audio o video), è quello
di mettere a fuoco il più possibile l’esperienza concreta degli studenti, così
come viene da loro percepita, riducendo le interferenze esterne e il ricorso a
formulazioni predeterminate.
La raccolta di dati su convinzioni e atteggiamenti, e soprattutto la
loro interpretazione, necessita comunque di molte cautele: come si è detto, poiché
si tratta di una rilevazione indiretta
di informazioni, si procede per inferenza dai comportamenti osservati e dalle
verbalizzazioni ottenute, formulando ipotesi che devono essere verificate alla
luce di altri dati e del contesto generale. Inoltre, convinzioni e
atteggiamenti sono soggetti a cambiamenti, particolarmente nei soggetti in età
evolutiva. Infine, è rischioso instaurare legami definiti di causa-effetto tra
convinzioni/atteggiamenti e comportamenti effettivi. In altre parole, non è
detto che le convinzioni profonde di una persona si riflettano in comportamenti
ad esse coerenti: molti altri fattori di differenza individuale, e le
caratteristiche particolari dei contesti e dei compiti, sono attivi nel
condizionare i comportamenti effettivi. Tuttavia, una raccolta di informazioni,
particolarmente se eseguita in più occasioni, con strumenti variati e
possibilmente da osservatori/rilevatori diversi, può fornire profili di
studenti, individuali e di gruppo, molto utili, specialmente se messi in
relazione con i corrispondenti profili dei loro insegnanti.
4.2 Verso una flessibilità metodologica e
curricolare
Si è visto che le concezioni
fattoriali dell’attitudine (così come quelle dell’intelligenza) hanno permesso
negli ultimi decenni di impostare in modo diverso la questione del “talento”
che sarebbe necessario per imparare una lingua: non si tratta di etichettare
gli individui come “vincitori” o “perdenti” rispetto alla sfida
dell’apprendimento linguistico, quanto piuttosto di evidenziare i punti di
forza e di criticità, o le predisposizioni individuali: queste, ad esempio,
possono portare una persona ad essere più efficiente in termini di un
apprendimento tendenzialmente più “lessicale”, ossia basato sull’utilizzo di
esempi di lingua come base della prestazione e più orientato alla comunicazione
in tempo reale, o tendenzialmente più “sintattico”, ossia basato sulla continua
ristrutturazione di un sistema di regole utilizzato per produrre enunciati e
più orientato alla forma e all’accuratezza.
Naturalmente, questi profili di studenti, che si avvantaggiano
rispettivamente di un approccio basato sulla memoria rispetto ad un approccio
basato sull’analisi della lingua come sistema, sono solo i due estremi di un continuum che vede molte posizioni
intermedie. Inoltre, la predisposizione ad utilizzare un approccio piuttosto
che l’altro può essere condizionata da variabili come il tipo di compito da
svolgere e il contesto nel quale si è chiamati a svolgerlo: ad esempio, compiti
che enfatizzano l’interazione orale in tempo reale possono richiedere
un’attenzione diversa alla forma rispetto a compiti, come ad esempio quelli di
scrittura pianificata, che spesso ed esplicitamente pongono l’accento sul
controllo della lingua come sistema.
Queste concezioni fattoriali dell’attitudine prefigurano dunque tipi diversi di discenti che possono
giovarsi di percorsi di apprendimento
diversi: le vie verso il successo, insomma, sono molteplici. Una prima
conseguenza importante è che non esiste il “metodo” ideale, ma che, in una prospettiva
di didattiche centrate sul discente, le scelte metodologiche vanno rapportate
innanzitutto ai profili individuali e dei gruppi-classe. Riconoscere la
diversità dei profili implica una varietà di proposte didattiche che, innanzitutto,
riconoscano e diano la giusta rilevanza a tutte le varie fasi
dell’apprendimento linguistico (riassumibili in modo estremamente sintetico in input-elaborazione-output), fornendo
agli studenti la possibilità di sfruttare la loro eventuale maggiore predisposizione
per la discriminazione fonetica, l’analisi grammaticale e l’utilizzo della
memoria. Naturalmente, e più in generale, la varietà nelle proposte didattiche
può rispondere anche alla necessità di differenziare contenuti, materiali e
attività sulla base di altre differenze individuali oltre l’attitudine, come le
modalità sensoriali, gli stili cognitivi, i tratti di personalità, le
intelligenze multiple [5].
Ma la differenziazione non investe solo il campo metodologico e
didattico: sono gli stessi obiettivi di competenza che possono essere
differenziati, in base ai bisogni comunicativi e, più in generale, pedagogici,
degli studenti, prefigurando così impostazioni diverse anche a livello
curricolare. In questo senso, la diversificazione, che si salda alla promozione
del plurilinguismo, è chiaramente illustrata nel Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (Consiglio
d’Europa 2002), dove si esemplificano scenari curriculari che non solo si
basano sulla presenza nei curricoli di più lingue, ma che diversificano le
competenze attese in termini di obiettivi di attività linguistiche (orali e
scritte, ricettive, produttive e interattive). “Sapere” una lingua, insomma,
non significa fare riferimento ad una competenza nativa ideale, assoluta e
“completa” , quanto piuttosto a configurazioni diverse di competenze parziali,
anche se integrate, equilibrate e dinamiche – senza dimenticare che
l’apprendimento di più lingue non costituisce la semplice somma di tanti
apprendimenti diversi, ma va ad arricchire un’unica competenza di azione comunicativa plurilingue e interculturale
(Mariani 2009b e bibliografia ivi citata).
4.3 Verso una didattica strategica e metacognitiva
Mettere a confronto i profili di
singoli studenti o di un gruppo-classe con quelli dei loro insegnanti significa,
oltre che riconoscere e rispettare le differenze individuali, mettere a fuoco
un dilemma pedagogico “classico”: se, cioè, l’insegnante e la sua metodologia,
e, più in generale, il curricolo e la scuola nel suo complesso, debbano
adattarsi alle caratteristiche e alle esigenze degli studenti, o se siano
questi ultimi a doversi adattare ad una pluralità di stimoli e di proposte. Una
questione così delicata non può naturalmente essere risolta in termini di
alternative secche: infatti, mentre abbiamo appena riconosciuto la necessità di
venire incontro alle differenze individuali tramite criteri di differenziazione
e una flessibilità metodologica e curricolare, che permetta agli studenti di
esprimere il più possibile le loro predisposizioni, i loro “talenti” e i loro
punti di forza o di eccellenza, occorre anche parallelamente riconoscere la
necessità di rafforzare negli studenti stessi le aree di debolezza o criticità,
che potrebbero mettere a rischio anche il raggiungimento di obiettivi minimi
condivisi.
In altre parole, se da un lato l’apprendimento linguistico può
giovarsi di una varietà di attitudini e di altre differenze individuali,
dall’altro lato non può prescindere da uno sviluppo di una gamma altrettanto
ricca di abilità e atteggiamenti. Così la persona più “globale” o più orientata
alla comunicazione avrà bisogno comunque di potenziare la sua capacità di
analizzare e manipolare la lingua come sistema, e la persona tendenzialmente
più analitica e più orientata alla forma avrà comunque bisogno di gestire la
comunicazione in tempo reale anche sviluppando un repertorio lessicale
flessibile e potenziando le relative capacità di memoria. E’ a questo punto che
il concetto di strategia di apprendimento
può dimostrare tutta la sua rilevanza in quanto ponte o cerniera tra le
caratteristiche individuali, che possono comportare elementi di debolezza o
criticità, e le richieste dei compiti, che possono comportare la messa in atto
di comportamenti cognitivi e linguistici non “in naturale sintonia” con i
profili personali.
Una didattica strategica,
che integri un’esposizione e una pratica specifiche, sistematiche ed esplicite
di strategie di apprendimento nel contesto didattico quotidiano, si dimostra in
tal modo complementare ad una didattica differenziata e altrettanto importante.
Questa didattica strategica si qualifica, al contempo, come didattica metacognitiva, poiché l’uso di strategie
è, ancora una volta, talmente condizionato dalle differenze individuali che il
docente, oltre che “insegnare” strategie, ha bisogno di far scoprire,
sperimentare e far valutare l’uso effettivo di strategie da parte dei singoli
studenti e del gruppo-classe: questo implica una riflessione critica sui compiti, sulle difficoltà incontrate a
livello personale e, appunto, sulle strategie messe in atto (o che si
potrebbero mettere in atto) per risolvere o almeno gestire gli eventuali
problemi.
5. CONCLUSIONE
L’apprendimento linguistico si
configura così come un laboratorio nello stesso tempo esperienziale e riflessivo,
uno spazio, fisico ma anche e soprattutto psicologico e comunitario, in cui gli
individui abbiano la possibilità di verbalizzare e socializzare le loro
reazioni ai compiti di apprendimento proposti dall’insegnante o liberamente
scelti. In tal modo si può tentare di realizzare una mediazione tra insegnamento e
apprendimento, tra profili degli insegnanti e profili degli studenti, tra
richieste dei compiti e caratteristiche individuali: un modo di affrontare e
gestire la questione dell’eterogeneità dei gruppi e dei relativi interventi di
individualizzazione.
Finalmente liberata dall’immagine di elemento di discriminazione
socioculturale, l’attitudine
all’apprendimento linguistico potrebbe allora riacquistare il ruolo, certamente
essenziale, di fattore di differenza individuale: ma perché questo si realizzi
in modo positivo nei contesti di istruzione è indispensabile farsi carico degli
atteggiamenticon cui gli studenti si
rapportano a questo fattore e agli altri fattori che incidono sui processi di
apprendimento individuali. D’altronde, acquisire una competenza, linguistica o
di altro tipo, comporta sempre saper gestire l’interazione tra conoscenze,
abilità e la propria personale interpretazione di se stessi nel processo stesso
di apprendere.
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[1] Modi di porsi traduce in questo caso l’originale
inglese attitudes.
[2] Per una visione complessiva
delle differenze individuali nell’apprendimento linguistico si veda Dörnyei 2005.
[3] Esempi di modalità e
strumenti di esplorazione si trovano in Cornoldi et al. 2002, Cantoia et al.
2004, Mariani 2000, Pellerey 1996, Reid 1995, e, per le intelligenze multiple,
Tanner 2001 e Wingate 1996.
[4] Per una trattazione sistematica dei
vari approcci all’esplorazione di convinzioni e atteggiamenti si veda Mariani
2010 e la bibliografia ivi citata.
[5] Sulla differenziazione pedagogica e
didattica si veda Mariani 2003 e 2010, Puren 2001 e, con particolare
riferimento all’insegnamento dell’italiano L2, Caon 2006.
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